Tratto da “I giudizi di Sgarbi”, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano.

Lo scultore Gianfranco Meggiato esprime un gusto elegante e un tratto scultoreo che sembra derivare dallo studio della tradizione orafa. Si tratta qui di una sorta di alchimista che, pur avendo fruito di una solida cultura accademica, ha poi preferito percorrere la strada autonoma di un'invenzione preziosa, che lo porta a creare grandi e fascinose strutture involute nella materia dorata e calda del bronzo. L'attrattiva di queste opere sta proprio negli interessanti risultati di un lavoro che vive e opera all'interno dell'esperienza informale, dove l'artista pone in luci diversi richiami di sapore tecnologico, che esordiscono in risultati formali dalla nitida fisionomia. Meggiato è dunque capace di far convivere armoniosamente due diverse tendenze in una modalità espressiva piuttosto inusitata. Da questa combinazione tra il concreto della forma meccanica e l'allusione della non forma, si ricava il massimo dell'effetto estetico, dove l'organizzazione stilistica della forma si traduce in volontà di conferire a questi suoi pezzi un carattere puramente immaginativo, e dove le strutturazioni spaziali mutuate evidentemente dalle scienze esatte, si avviluppano in legami logici, ma organizzati secondo presupposti poetici e fantasmatici. In questo senso il suo modo di procedere ha un andamento quasi monumentale e quando ci si accosta a queste sculture in bronzo ciò che stupisce è il tratto espressivo dove gangli di cellule del cervello oppure curiose proliferazioni vegetali si saldano in momenti che appaiono come il frutto di una felice intuizione poetica. Gianfranco Meggiato è certamente figlio del nostro tempo, dato che sa trasferire in arte proprio il senso della situazione socio-culturale del nostro vivere ovvero l'alienazione e le contraddizioni date dalla dipendenza tecnologica. In questa sua scelta persiste infatti la necessità di aderire a una formazione geometrica che, nella sua assolutezza, si presenta in modo paradigmatico. Egli costruisce architetture chiuse, lineari e ariose in chiave asimmetrica, fortemente movimentate nella forma e curiosamente stabili nella loro incongruità spaziale. Esse appaiono infatti come ingannevoli all'occhio, che si fa coinvolgere dalla luminosità della materia bronzea e dalle profondità inquietanti di alveari labirintici dei quali è impossibile definire le origini e i confini. La fantasia di Meggiato lo porta ad allestire situazioni involute e macrocosmiche, che sembrano disporre di involucri misteriosi per mascherare un'interiorità psicologica, creando una serie di anatomie immaginarie, o di aggregati di materia organica filamentosa e vitale. L'intreccio discorsivo di queste strutture ha che vedere con l'elaborazione teorica di un artista scienziato, che percorre con la ragione un viaggio esplorativo avventuroso, in un non luogo riprodotto in pura ritmicità dove le leggi della natura appaiono sovvertite. Questo modo di operare con perizia decorativa e volumetrica rivela un'inventiva assai brillante e fantasiosa, capace di sfruttare ogni particolare della massa scultorea per creare contrasti fra le superfici lisce e le anfrattuosità, le quali possono anche avere l'apparenza solidificata del ribollimento di un magma primigenio. In queste strutture è l'aria stessa a diventare protagonista ed elemento strutturale che definisce l'andamento dinamico e volatile della materia bronzea. Questa scrittura fatta di segni ambigui, non chiede tuttavia di essere decifrata, ma se mai pretende l'accoglimento visivo e mentale di un messaggio del tutto anomalo, prodotto da uno spirito libero e sovvertitore.

Vittorio Sgarbi

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